You are currently browsing the category archive for the 'Sequestro' category.
Fermo, 5 marzo 2009 – Reclutavano ragazze promettendo loro un lavoro nel mondo dello spettacolo e della moda e invece le costringevano a prostituirsi in un tugurio sotto la minaccia di morte. E’ iniziato ieri, davanti al collegio penale del tribunale di Fermo, presieduto dal giudice Ugo Vitali Rosati, il processo ai fratelli rumeni Pedriga e Marin Vasile, considerati i personaggi di spicco dell’organizzazione che gestiva il mercato delle ’schiave del sesso’.
Dopo l’apertura del dibattimento, sono stati ascoltati due testimoni della pubblica accusa: l’ispettore della polizia anticrimine che aveva diretto le indagini e una delle vittime dei due aguzzini. Il poliziotto ha raccontato tutta la vicenda confermando le imputazioni nei confronti dei fratelli Vasile, mentre la ragazza ha ritrattato tutte le accuse.
In precedenza anche la principale accusatrice dei due, una ragazza rumena che era stata costretta a prostituirsi fin dall’età di 15, aveva avuto paura di testimoniare contro il capo dell’organizzazione nel corso dell’incidente probatorio. La ragazza aveva raccontato di aver subito violenze di ogni tipo e di essere stata torturata con un coltello per aver cercato di smettere con quella vita.
I due rumeni, difesi dagli avvocati Alessandro Ciarrocchi e Simone Mancini, erano stati rinviati a giudizio per sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione, riduzione in schiavitù, lesioni e minacce. Secondo le indagini della polizia ci sarebbe un’organizzazione che si muoverebbe nel triangolo Roma-P.S.Elpidio-Romania, e che gestirebbe un traffico di giovani ’schiave del sesso’.
A detta degli inquirenti, Pedriga Vasile si occuperebbe del reclutamento delle ragazze, in gran parte minorenni, promettendo loro un lavoro nel mondo dello spettacolo e della moda. Le giovani vittime, allettate da questa rosea prospettiva, giungerebbero a Roma e a P.S.Elpidio, e da qui verrebbero smistate nelle varie zone d’Italia per prostituirsi. E’ stata questa la trafila cui è stata costretta anche la principale accusatrice fin dall’età di 15 anni: anche lei si è dovuta prostituire a Roma e ha vissuto in squallide baracche.
L’ultima fermata per la ragazza era stato l’ex mangimificio Squadroni di Porto Sant’Elpidio, dove tra cumuli di rifiuti e senza servizi igienici, era stata costretta a vivere e a prostituirsi insieme ad altre sue connazionali.
Fonte: IL RESTO DEL CARLINO
Firenze – Ed è stato condannato a 14 anni di carcere il romeno di 25 anni che a inizio del dicembre 2006 uccise in un rapporto omosessuale un professore colombiano di 50 anni incontrato in ambienti della prostituzione maschile. Il fatto avvenne in un appartamento di via Faenza a Firenze. Il colombiano, picchiato violentemente, mori’ con una lenta agonia dopo essere stato legato e imbavagliato. Il cadavere venne scoperto due giorni dopo.
Fonte: RADIO NOSTALGIA
I carabinieri di Cosenza hanno fermato due persone, di nazionalità marocchina e romena, con l’accusa di aver stuprato una donna romena che lavora come badante nel Cosentino. La vittima sarebbe stata abusata sessualmente due volte: secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, infatti, è stata sequestrata prima da uno, poi dall’altro che ha minacciato il primo e l’ha rapita.
L’ha rapita 15 giorni fa di pomeriggio, mentre lei era intenta a prendere l’autobus presso l’autostazione di Cosenza, poi ha abusato di lei ed infine l’ha ceduta ad un altro «amico». È finita dopo 15 giorni la triste avventura di una romena di 44 anni che lavora come badante in un paesino della provincia di Cosenza. Il comandante della stazione dei carabinieri della città bruzia con i suoi uomini è riuscito in poche ore a chiudere il cerchio è arrestare i due presunti autori della violenza e del rapimento. Uno è di origine marocchina, l’altro di nazionalità romena. I fatti si sono svolti in un momento in cui all’autostazione c’era poca gente. Lei conosceva di vista un marocchino, Said Echerchi, di 36 anni, che dopo i saluti le ha intimato di seguirla e, al suo rifiuto, ha tolto dalla tasca un coltello puntandoglielo al fianco.
Alla povera donna non è rimasto altro che seguire l’uomo. A questo punto – secondo quanto raccontato dagli investigatori – un timido tentativo dei pochi presenti a far desistere il giovane dal rapimento ma non sono state avvertite le forze dell’ordine e la donna è stata portata via. Il marocchino l’ha accompagnata in un capannone delle ex Ferrovie e lì ha abusato di lei ripetutamente tenendola segregata. Dopo una settimana l’ha fatta uscire con lui e i due hanno incontrato un romeno, Marin Tanbase, di 34 anni. L’uomo ha minacciato il marocchino rapendo a sua volta la donna. L’ha condotta in una capanna di cartone ricavata sotto un ponte e anche lui ne ha abusato. La donna era talmente stremata, hanno riferito i carabinieri, che il romeno l’ha lasciata per due giorni su una brandina in pessime condizioni. Quando ha avuto la forza di alzarsi, lui l’ha cacciata via e la badante si è trascinata fino alla caserma raccontando la sua storia.
Fonte: LA STAMPA
L´ha stuprata per tutta la notte, minacciandola con un coltello ogni volta che lei lo supplicava di lasciarla andare. Una ragazza rumena di 18 anni è stata la vittima di un marocchino di 38 anni, M. A. che l´ha violentata e tenuta prigioniera in un garage adibito ad abitazione in via Gelsi a Centocelle.
La ragazza lo aveva conosciuto lunedì sera in strada, avevano fatto amicizia e dopo poco l´aveva invitata a casa sua a bere qualcosa, lei senza sospettare niente l´aveva seguito. Ma una volta nel box, un basso maleodorante pieno di rifiuti e bottiglie di birra, il marocchino è diventato un aguzzino. L´ha spinta sul letto, le ha strappato i vestiti di dosso e l´ha costretta a subire ogni sorta di sevizia. Ore d´incubo che sembravano non avere mai fine.
Ma il giorno dopo, martedì mattina, è successo un imprevisto che le ha salvato la vita. Il marocchino aveva posteggiato la sua auto davanti a quella di una signora che la mattina alle 8 doveva uscire. La donna quindi ha bussato alla porta del box per chiedere di spostare l´auto ma appena il marocchino ha aperto la ragazza è uscita nuda in strada urlando e piangendo.
La signora davanti alla scena non ha perso tempo e ha chiamato il 113. Anche alcuni passanti l´hanno notata e anche loro hanno immediatamente chiamato la polizia. Sono subito arrivati sul posto gli agenti delle volanti, coordinati da Mario Spaziani e del commissariato Prenestino, diretto da Antonio Franco. La ragazza viene soccorsa e portata al policlinico Sandro Pertini, dove viene riscontrata la violenza sessuale: tra le lacrime racconta tutto il calvario passato quella notte e descrive benissimo il suo aggressore.
Poi ha un crollo di nervi e viene affidata ad uno psicologo dell´ospedale che l´ha ascoltata e rassicurata. Ma le cure non sono bastate, la giovane romena ha avuto una serie di crisi per alcune ore tanto che gli investigatori hanno dovuto usare tutta la cautela possibile per farle ricordare particolari utili alle indagini. In un primo momento ha avuto molte reticenze, aveva paura di ammettere quello che le era successo. Poi pian piano si è lasciata andare. Gli agenti identificano in poche ore il marocchino, che nel frattempo si era allontanato dal sua abitazione. In via dei Gelsi, dentro casa, la polizia trova i vestiti strappati della ragazza.
Grazie alla testimonianza della vittima, che riferisce particolari importanti, gli agenti risalgono a M.A, autore dello stupro, che è stato individuato poco dopo, martedì nelle prime ore del pomeriggio, mentre cercava di disfarsi degli effetti personali che potessero dimostrare quello che aveva fatto. Al termine degli accertamenti lo straniero è stato sottoposto a fermo di polizia giudiziaria per violenza sessuale e portato a Regina Coeli.
Fonte: LA REPUBBLICA
Roma, 24 feb. (Apcom) – Ha ucciso a martellate il figlio della sua ex convivente, facendo a pezzi il cadavere. Per questa vicenda il romeno Vasile Manea, 56 anni, è stato condannato lo scorso anno, con rito abbreviato, a 20 anni di reclusione dal gup Maria Agrimi. Oggi la I Corte d’Assise d’Appello, presieduta da Antonio Cappiello, ha confermato la pena, per le accuse di omicidio volontario aggravato, sequestro di persona, occultamento di cadavere e tentata estorsione. Il ragazzo ucciso, Gheorghe Marin, aveva 23 anni. E’ stata ribadita anche la pena inflitta a tre anni e quattro mesi di reclusione per Gabriel Voico, 43 anni, il ‘telefonista’ accusato di tentata estorsione. Il movente del delitto – secondo l’accusa – sarebbe stato economico, in quanto Gheorghe aveva preteso la restituzione di 1.500 euro consegnati a titolo di prestito a Manea nell’agosto del 2006.
L’inchiesta fu avviata dopo che la madre di Marin denunciò la scomparsa del figlio. La donna, Mariana Marin badante di 50 anni, riferì di non avere notizie di Gheorghe dal 6 luglio e di essere stata invece contattata, nel pomeriggio del 9, da un collega del figlio, Voico, che le riferiva di aver ricevuto una richiesta di riscatto di duemila euro per il rilascio del ragazzo e di avere un appuntamento per consegnare il denaro richiesto. All’appuntamento Manea trova ad attenderlo anche i carabinieri che lo fermano.
Secondo l’accusa Vasile uccise il ragazzo a martellate, poi ne fece a pezzi il corpo in una vasca da bagno, gettandone i resti in un cassonetto dei rifiuti e poi tentò di estorcere 2.000 euro alla madre della vittima dicendo che il figlio era stato sequestrato da un gruppo di albanesi. Riferì di aver ricevuto una telefonata da un albanese che gli chiedeva dei soldi per il rilascio del ragazzo fissando un incontro a Lunghezza vicino al varco telepass.
Nel frattempo la madre di Gheorghe ricevette altre telefonate per la consegna di 5mila euro per la liberazione del figlio. Attraverso intercettazioni telefoniche i carabinieri individuarono il telefonista dei presunti sequestratori, Voico. Nell’appartamento a Monteverde, dove Gheorghe e Vasile stavano svolgendo dei lavori di muratura, gli investigatori rilevarono latenti tracce ematiche, sia all’interno della vasca da bagno, sia nello stesso bagno che sulle maniglie di alcune porte.
Fonte: VIRGILIO NOTIZIE
I dati parlano chiaro. E spaventano. In Italia si trovano attualmente circa 2.700 cittadini romeni che sono in carcere in attesa di giudizio o condannati in via definitiva. Non solo. Sul territorio italiano si trova oltre il 40 per cento dei romeni ricercati con mandato internazionale. A rendere pubblici i dati sulla criminalità romena è stato lo stesso ministro della Giustiza romeno Catalin Preodiu nel corso di una conferenza stampa a Bucarest.
I dati della criminalità romena Alla data del 19 febbraio nei penitenziari italiani erano ospitati 1.773 cittadini romeni, su cui non sono state emesse condanne definitive. Il Guardasigilli romeno ha precisato che 1.626 sono uomini e 147 donne. Per quanto riguarda i cittadini romeni che stanno scontando una pena nelle carceri italiane, 902 sono uomini e 51 donne, ha aggiunto il ministro. “Dal 2007, lo Stato italiano ha sollecitato il trasferimento verso i penitenziari romeni di 57 condannati, di questi, 13 sono stati oggetto di tale misura – ha spiegato Predoiu – In nessun caso una condanna pronunciata dalla giustizia italiana non viene riconosciuta in Romania”.
Misure di estradizione ostacolate Il ministro ha sottolineato che il 40% dei ricercati con mandato internazionale da Bucarest si trova in Italia, ma le procedure per l’estradizione “stanno incontrando difficoltà”. Il ministro ha per questo fatto appello ai “magistrati italiani a fare il possibile affinché le procedure vengano accelerate”. Secondo i dati diffusi dal ministro la maggior parte dei romeni in carcere si dividono tra i penitenziari del Lazio (127), del Piemonte (116) e della Sicilia (114). P redoiu ha detto che la Romania è disposta ad accogliere i detenuti condannati in via definitiva e precisato che dei 953 romeni condannati al momento in via definitiva in Italia, le autorità di Roma, dal 2007 a oggi, hanno sollecitato 57 trasferimenti nelle prigioni romene. Dei 57, 13 sono stati trasferiti in Romania e otto liberati con la condizionale dalle autorità italiane, anche se la giustizia romena aveva approvato le decisioni di trasferimento. Entro un mese o due è atteso l’ok definitivo di Bucarest per altri quattro trasferimenti, mentre per altri 32 casi le procedure sono in corso.
L’accordo con l’Italia Precisando che le procedure di rimpatrio durano quattro-cinque mesi perché in certi casi la documentazione è incompleta, Predoiu ha detto che lo scorso ottobre, per il vertice intergovernativo Italia-Romania a Roma, quando lui era sempre guardasigilli, ha concordato con il collega Angelino Alfano che “tra i due stati il quadro della cooperazione giudiziaria bilaterale è adeguato e sufficiente e non va modificato”. Secondo l’accordo, “serve soltanto una più rapida applicazione della legislazione”, ha detto Predoiu precisando che la cooperazione con l’Italia è regolata dalla Convenzione del Consiglio d’Europa del 1983 e dall’accordo bilaterale del 2003. “Né la convenzione dell’83 nè l’accordo del 2003 prevedono l’obbligo degli Stati di trasferire automaticamente i propri cittadini condannati nell’altro Paese,prevedono invece l’obbligo di cooperare in simili trasferimenti”. In basi ai due documenti, “le decisioni di trasferimento avvengono caso per caso a seconda della situazione giuridica individuale”.
Frattini: “Condannati tornino a Bucarest” La presunzione di innocenza è un giusto principio, ma il fatto è che ci sono centinaia romeni in Italia con condanne definitive, che dovrebbero scontare la sentenza in patria. Il ministro degli Esteri, Franco Frattini, ha spiegato la necessità che le persone condannate in via definitiva “scontino la propria condanna in Romania proprio perché la Romania ha carceri europei”. Il titolare della Farnesina ha, poi, inquadrato il caso dei romeni arrestati in flagranza di reato. “Quando si arresta una coppia che sta rivernicendo la casa dagli schizzi di sangue dalle pareti e ha in casa una valigia con i pezzi di una persona appena uccisa” non si può parlare di presunzione di innocenza. “Vengano processati in italia con il rigore della legge italiana”. Insomma, “in Italia ci sono 990mila rumeni accolte amici come come persone per bene che lavorano”, ha concluso Frattini chiedendo alla Romania garanzie per “temperare l’effetto delle restanti 10mila persone che saranno pure una minoranza ma fanno un pò impressioni all’opinione pubblica”.
Il premier Geoana: “Xenofobia inaccettabile” Il presidente del Senato romeno Mircea Geoana ha definito “inaccettabile” l’approccio di natura xenofoba e razzista contro l’intera comunità romena in Italia. “Sono inaccettabili gli approcci di natura xenofoba e razzista contro l’intera comunità romena in Italia”, ha detto Geoana che è anche il leader del Partito socialdemocratico. Allo stesso tempo, Geoana ha parlato della necessità di “condannare con più fermezza i casi di violenza e criminalità commessi da alcuni romeni in Italia”. Secondo il presidente del Senato romeno, “in questo momento, sullo sfondo della crisi economica, è riapparsa la tentazione di alcuni leader politici italiani di incriminare la comunità romena nel suo complesso”.
Fonte: IL GIORNALE
Il codice penale (art. 671) prevede che chiunque si vale, per mendicare, di una persona minore degli anni quattordici o comunque, non imputabile (c.p.85), la quale sia sottoposta alla sua autorità o affidata alla sua custodia o vigilanza, ovvero permette che tale persona mendichi, o che altri se ne valga per mendicare, è punito con l’arresto da tre mesi a un anno. Qualora il fatto sia commesso dal genitore o dal tutore, la condanna importa la sospensione dall’esercizio della potestà dei genitori (c.p.34) o dall’ufficio di tutore.
Inoltre, per la sussistenza del reato di cui all’art. 671 è sufficiente che il soggetto attivo si trovi con la persona non imputabile, impiegata a mendicare, in un rapporto anche di mero fatto di custodia o di vigilanza, quantunque temporaneo ed occasionale, e non è necessario che l’affidamento sia avvenuto ad opera dell’autorità o di un terzo. Appare evidente come l’accattonaggio con l’impiego di minori è una forma di sfruttamento tra le peggiori e, quindi, da contrastare con ogni mezzo e costituisce, insieme ad altre forme di impiego come il lavoro minorile, la sottrazione dei bambini a quella che dovrebbe essere la loro vita: il gioco e l’istruzione, l’infanzia stessa. Peraltro, il recente ingresso di nuovi Stati nella UE ha determinato un incremento del fenomeno, in quanto alcuni sono paesi di provenienza di un numero non irrilevante di bambini e adolescenti costretti all’accattonaggio. Appare evidente che il fenomeno necessiti di uno studio e, soprattutto, di interventi radicali che consentano di togliere i bambini ai loro “sfruttatori e aguzzini”, anche se, a volte, parenti.
Tante le cose da fare, avviando, innanzitutto, una penetrante e reale indagine conoscitiva a livello locale, su Matera e nella provincia. In tale situazione e per debellare il fenomeno, oltre agli imprescindibili interventi di carattere assistenziale e sociale, le Forze dell’Ordine sono chiamate a interventi mirati sia di carattere preventivo che repressivo, adottando una linea di condotta rigida e con tolleranza zero. In tale direzione si sta muovendo il Comando Provinciale Carabinieri di Matera che, da qualche tempo, ha avviato una mirata opera di controllo e monitoraggio del fenomeno, specie nello stesso capoluogo, dove, benché non particolarmente diffuso, il problema comunque esiste e, a volte, sottovalutato.
Il programma d’intervento prevede la necessaria preparazione normativa e di “modalità di approccio” dei militari, per una maggiore sensibilizzazione e il conseguente, intransigente, intervento in tutte quelle situazioni in cui i bambini sono utilizzati da terzi per l’accattonaggio o sono oggetto di tratta. Quindi mirati servizi di controllo per vie e piazze di Matera e degli altri grossi centri della provincia, abitualmente interessate al problema, specie nei giorni di festa, quando maggiore appare la presenza di tali personaggi. In tale attività risulta rilevante l’impiego, soprattutto dei carabinieri di quartiere, oltre agli altri militari impiegati nei normali servizi di controllo del territorio (radiomobile e Stazioni). Inoltre, sarà avviata una campagna di sensibilizzazione nei confronti dei cittadini, perché, al verificarsi di tali episodi di sfruttamento, non prevalga l’indifferenza o l’eccessivo “buonismo”.
L’invito alla gente è quello di segnalare, telefonando al 112, i casi di minori, bambini utilizzati per l’accattonaggio e di non lasciarsi convincere a donare somme di denaro che, di certo, non andranno a beneficio del bambino, ma solo dell’adulto che lo sfrutta. Quello che ancora è emerso dai controlli già operati è che i minori, coinvolti in tale turpe mercato, sono per lo più stranieri, soprattutto nomadi e rumeni, che, a volte, potrebbero essere impegnati anche in attività illecite aggiuntive come borseggi e furti. Nel corso del fine settimana, nell’ambito dei servizi svolti proprio per arginare il fenomeno, i carabinieri di Matera hanno sorpreso un rumeno che impiegava, nell’accattonaggio, un bambino di soli 7 anni. L’uomo, un rumeno di 29 anni, è stato sorpreso per le vie centrali di Matera, affollate di gente, mentre impiegava il bambino per l’accattonaggio. Immediato l’intervento dei carabinieri del Radiomobile che, dopo averli fermati prima che potessero fuggire, li hanno accompagnati in caserma per le successive verifiche. Al termine dei controlli, l’adulto è stato denunciato per impiego di minore nell’accattonaggio e segnalato alla Prefettura, in quanto neocomunitario, per il foglio di via obbligatorio e per la relativa espulsione dal territorio nazionale. Un secondo rumeno, accompagnato da altri due minori, è riuscito ad allontanarsi. I servizi continueranno nella consapevolezza della necessità morale e giuridica di debellare e contrastare, assiduamente e con ogni mezzo, il vergognoso mercato e deprecabile sfruttamento di bambini.
Fonte: MILLE MEDIA
La statistica, insomma, stabilisce un collegamento innegabile fra l’aumento nel nostro Paese della popolazione proveniente dalla Romania e l’impennata di reati, specialmente di quelli che creano un grave allarme sociale. E, infatti, gli italiani sono allarmati. Un eufemismo che nasconde spesso una rabbia sempre meno repressa e latente e alcuni episodi di reazione violenta dei nostri connazionali (quasi sempre ai danni di persone non coinvolte nel crimine) lo dimostrano.
La consapevolezza della «tara» statistica fra crescita delle presenze di quest’etnia nella Penisola e lievitazione dei delitti non può di per sé tranquillizzare gli animi. Anche se non si può generalizzare, anche se la giustizia fai-da-te è sempre da condannare e anche se il romeno non è l’«uomo cattivo» da demonizzare, se il fenomeno non sarà arginato dallo Stato il rischio di episodi d’intolleranza diventerà sempre più concreto. C’è poco da discutere, infatti, quando si apprende che il totale delle denunce contro i romeni è di 47.425 a fronte di 39.012 contro i marocchini e di 19.291 contro gli albanesi (dati del Ministero dell’Interno riferiti al 2007).
E che per quanto riguarda alcuni gravi reati come gli omicidi volontari (15,4%), le violenze sessuali (16,2%), le estorsioni (15%), i furti d’auto (29,%), le rapine in abitazioni (19,8%) i neocomunitari conterranei di Chivu e Mutu, ma anche di Roman Vlad e di Nadia Comaneci, sono al primo posto della triste «classifica» rispetto ad altri stranieri residenti in Italia. Non solo. A Milano, il 90 per cento dei reati commessi da cittadini comunitari e scoperti dai vigili urbani sono stati attribuiti a romeni, mentre a Roma il 31 per cento degli stupri di gruppo e da strada hanno la stessa «etichetta».
Il rapporto sulla criminalità diffuso dal Viminale l’estate del 2008 sottolineava che «la malavita romena si sta consolidando in modo sempre più preoccupante e, verosimilmente, tenderà via via a inserirsi sempre più incisivamente nello scenario criminale nazionale».
Ciò, puntualizzava il Ministero dell’Interno, «anche in relazione al connesso intenso flusso migratorio degli ultimi tempi, che ha contribuito ad alimentare sacche di marginalità, che rappresentano il primo passo verso il coinvolgimento in attività delittuose». Da Bucarest, il premier Emil Boc ha ribadito ieri che «i romeni non devono soffrire in Italia a causa dei delinquenti». È giusto. Non si può generalizzare. Ma neppure si può negare che esista nel nostro Paese una «questione romena».
Fonte: IL TEMPO
FAENZA – E’ accusato di aver sequestrato e seviziato nei primi giorni del novembre scorso in un casolare fra Cosina e Pieve Corleto un connazionale per aver fatto scomparire una partita di hashish. La Polizia regionale della Catalogna ha arrestato Said Roi, 28enne marocchino, colpito da un’ordinanza di custodia cautelare in carcere firmata dal gip del tribunale di Bologna per le accuse di sequestro di persona a scopo di persona. E’ sfuggito alla cattura un complice.
L’arresto è stato convalidato dall’autorità giudiziaria spagnola. Roi è giunto in Italia venerdì sera con il volo Barcellona-Fiumicino e prelevato dagli agenti della Squadra Mobile di Ravenna e della sezione Anticrimine del Commissariato di Polizia di Faenza, che si sono occupati delle indagini. L’inchiesta, inizialmente nelle mani del pm Cristina D’Aniello, è finita successivamente negli uffici della direzione antimafia di Bologna (pm Massimiliano Serpi). Il 28enne sarà poi trasferito presso la casa circondariale di Bologna.
La vittima, un piccolo spacciatore per conto di un albanese, raccontò alle forze dell’ordine di esser stato sequestrato per diverse ore in un casolare di via Canova, tra Cosina e Pieve Corleto. Said Roi ed il complice lo avevano seviziato ed ustionato con una sigaretta perché ritenuto colpevole di aver fatto sparire una partita di hashish che si trovava all’interno di un’automobile. Forse si tratta di una partita di trenta chili di ‘fumo’ che la Guardia di Finanza aveva sequestrato negli ultimi giorni di ottobre ad un cittadino marocchino che venne fermato ed arrestato all’uscita del casello autostradale di Faenza.
I due aggressori liberarono il malcapitato che raggiunse il pronto soccorso per le cure del caso. Poi si presentò al Commissariato per spiegare quanto accaduto. Quando le forze dell’ordine si portarono nel casolare di via Canova, dei due sequestratori non vi era già più alcuna traccia. Erano partiti per Girona, in Catalogna, dove sono stati probabilmente ospitati da alcuni connazionali. Nei giorni scorsi il blitz della Polizia regionale della Catalogna che ha portato alla cattura di Said Roi.
Fonte: ROMAGNA OGGI
